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Lorenzo Bises: Slow living

issue #23: Slow living

Il Diario di Lorenzo Bises, influencer dell’arte, è la cover story della Issue #23, intitolata: Slow living. Benvenuti in Caleido, diario d’ispirazione che contiene molte storie: di persone creative, di tendenze, di viaggi, di oggetti. / Leggi qui l’Editor’s letter

Diario di: @lorenzobises

Lorenzo Bises: Slow living
@saraargiolas_photography
1. Una vita Dolce, allietata da giri in bicicletta alla ricerca di angoli dimenticati e da old letters: il vedere le cose un po’ a rallentatore, prendendosi il tempo per gustarle. Per usare un termine ciclistico, in quale momento del tuo vissuto è avvenuta questa frenata? Quand’è che è nata la consapevolezza di questo modo “più slow” di vedere le cose?

Penso di poter dire che sia una caratteristica innata, anche per la tipologia di studi che ho fatto. Sono infatti laureato in storia dell’arte, quindi ho sempre avuto una predisposizione naturale nell’osservazione di qualsiasi cosa, che sia un palazzo, un tavolino, o una persona. Ho sempre cercato di captare quello che avevo intorno a me. A maggior ragione, studiando storia dell’arte devi focalizzarti su dei dettagli che a prima vista non cogli: in un esame su un quadro gigante, ad esempio L’Ultima Cena, la professoressa chiedeva cosa c’era dipinto sulla tavola, il colore delle vesti e le increspature dei colori. È un’attitudine che mi ha anche trasmesso mia madre, in particolare sulle case, sulle persone e sull’abbigliamento. L’ho coltivata nel tempo in base a ciò che mi diceva lei. Non avevo idea che sarebbe diventata una meta lavorativa, ho sempre raccontato attraverso i social i luoghi d’arte e la pittura, già dai tempi di Snapchat e attraverso il blog: andavo ad una mostra e raccontavo i quadri. Già quell’approccio è vita lenta: la gente si deve fermare, non è un contenuto che apprezzi se non hai il tempo per poterlo apprezzare. Personalmente io non sono una persona lenta… anzi, sono l’opposto! Vado sempre veloce e cerco sempre di incastrare un sacco di impegni ed interessi. Forse è un po’ paradossale che io esprima questa gioia per la vita lenta, quando a volte non so nemmeno cosa sia. Per me quindi non è importante a quanti chilometri orari vai in bicicletta, ma se durante il tragitto osservi, oppure se viceversa sei preso dalla fretta e procedi ad occhi chiusi. Nonostante io sia preso dalla fretta, se vedo un palazzo che mi piace, mi fermo e lo ricordo, oppure ci torno con più calma.

Chi guarda i miei contenuti lo sa, io non condivido mai le informazioni in diretta, preferisco prima raccogliere tutti i materiali e poi, quando sono a casa tranquillo, li rielaboro: se voglio cercare informazioni per mezz’ora sull’architetto che ha progettato un palazzo, voglio farlo senza l’ansia di sapere che le persone sono in attesa di un mio post. Spesso siamo noi stessi a metterci (inutilmente) fretta…

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@lorenzobises
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2. Usando una metafora, possiamo dire che disponi di due mezzi: uno è la bicicletta, l’altro è la community: qual è la relazione tra questi due mondi? Hai mai trasformato una conoscenza virtuale in una conoscenza fisica, magari per un giro in bicicletta? Di recente hai subito il furto della bici, la community è stata d’aiuto?

Purtroppo la bicicletta non è stata trovata, è stato un lutto (ridendo), quella bici era un regalo di Luca, il mio compagno, e rappresentava molto per me: è stata la mia prima bici nuova, infatti ho sempre avuto bici vecchie di mio fratello, di mio padre e di mia madre. Io sono sempre andato in bici, qualsiasi fosse la condizione atmosferica sopra alla mia testa. Con il lockdown l’agenzia nella quale lavoravo ha liquidato, e quindi la mia “vendetta personale” nei confronti di tutto quello che mi stava capitando è stata fare lunghissimi giri in bici, ad esempio fino a Robecco sul Naviglio. È da lì che nascono quelli che chiamo “tour militari”: dei giri particolarmente lunghi dove scoprire ciò che ci circonda e che hanno anche ispirato il mio libro “Milano mon amour”. Quindi il furto è stato un accadimento per me davvero critico… All’inizio mi sentivo anche fuori luogo al pensiero che il mondo stesse andando a rotoli e io mi sentivo in quel modo per la mia bicicletta, però è li che ho capito esattamente quale valore essa avesse per me. E, allargando il discorso, quanto anche una piccola cosa possa avere un valore immenso: pensiamo ad una bici magari ereditata da un genitore defunto…  la differenza con l’auto è che l’auto ha anche un valore economico, la bici ha solo un valore sentimentale… Tornando alla mia community, è stata di supporto emotivo in questa ricerca: mi capita di capire quanto per loro io non sia solo una persona online che crea dei contenuti, ma c’è proprio una sorta di affinità elettiva. Qualche giorno fa una ragazza mi ha scritto che mi segue dai tempi del blog, si parla quindi di dieci o dodici anni fa, divento quindi in un certo senso parte della loro quotidianità e loro della mia. Un po’ alla volta quindi iniziamo anche ad incontrarci per strada, mi fermano e mi dicono cose molto belle che non penso neanche di meritare. Un aspetto molto bello è che inizio a capire che c’è una trasversalità nelle generazioni, è come se con la mia narrazione riesco a coinvolgere sia la ragazzina molto giovane, che magari ha un gusto più maturo rispetto alla sua età, sia la nonna. A volte è la madre o il padre che suggeriscono alla figlia di seguirmi. Questo secondo me ha un valore inestimabile, a differenza delle community gigantesche, nelle quali si possono affezionare fino ad un certo punto, nella mia invece sanno che io sono uno di loro, siamo sulle stesse lunghezze d’onda.

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@lorenzobises
3. Parlando di questi luoghi del cuore, quali sono tre luoghi che rappresentano un luogo sicuro in cui torni volentieri, al di là di una questione estetica, che ti fanno stare veramente bene?

Il primo di tutti è la Rotonda della Besana, un luogo molto milanese, di quartiere. Mia nonna mi ci portava da bambino, perché abitava in Corso XXII Marzo. Ho il ricordo che andavamo al negozio di giocattoli e all’edicola, e poi alla Rotonda della Besana. Nel corso degli anni ci sono poi tornato moltissime volte, anche subito dopo la fine del lockdown, sono andato lì con la bicicletta a leggermi un libro. Per me, come ho scritto nel libro, è un luogo di pace, di pensiero e di riflessione. Da lì ho preso sia decisioni pseudo-importanti della mia vita, sia decisioni sul dove andare in vacanza con le mie amiche. Un altro luogo nel quale torno sempre volentieri è il Cimitero Monumentale, perché anche quello è un luogo dell’infanzia. Anche lì mi ci portava sempre mia nonna, perché c’era la tomba di famiglia, nella quale c’era anche il nonno. Nel corso degli anni ho sempre cercato di far capire alla gente che non è un cimitero ma è un museo, quindi ritrovi davvero tutti gli stili della storia dell’arte degli ultimi centocinquant’anni, ed è un capolavoro che abbiamo in città. Spesso è considerato come un luogo timoroso o inquietante, invece parla di noi, delle nostre storie e delle nostre famiglie, della nostra arte. Poi all’intero ci sono una serie di capolavori, da Pomodoro a Castiglioni. Nel parlare di Milano credo sia d’obbligo parlare del luogo in cui i milanesi sono sepolti, ci ho accompagnato sia amiche che parenti.

Un altro posto è La Ciclabile del Naviglio Grande, cerco di andarci un paio di volte l’anno perché mi dà un senso di libertà. Si passa dall’inizio del Naviglio, che è una zona molto “carica”, ad oltrepassare poi tutti i cartelli della campagna, è bellissimo… Quindi quando volevo scappare, un po’ dalla situazione lavorativa, che mi stava facendo soffrire, un po’ dalla città, perché eravamo chiusi da mesi in appartamento, mi ricordo proprio questa grande sensazione di libertà.

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4. Due dei posti che mi hai menzionato sono legati ad un ricordo d’infanzia. Che rapporto hai con il passato?

Il mio libro parte con la storia della mia famiglia, non perché sia interessante di per sé, ma per far capire le mie radici, come alla fine mi sono sempre sentito destinato a questa città. Con tutti gli alti e bassi, le fughe e i ritorni, alla fine io sono sempre stato qua. Questo concetto le persone possono applicarlo ad ogni luogo: uno che ha radici in un’altra città, si ritrova nelle mie parole, se ci nasce e se decide di ritornare. Il tema del ritorno è molto emblematico del periodo che abbiamo vissuto, credo che questo attaccamento alle radici e a chi siamo stati in passato piaccia molto a determinate persone. Magari questo pensiero è meno preponderante nei più giovani, però è presente ad esempio nella signora di sessant’anni che ha vissuto in posto e poi ci ritorna, o che è in pensione e ha deciso di tornare nel luogo in cui è nata. Noi italiani in generale siamo un po’ fatti così, possiamo anche girare molto ma poi torniamo dove siamo nati e cresciuti, oppure ci fermiamo nel luogo che abbiamo capito di poter definire casa. Penso che in generale siamo molto malinconici, abbiamo un forte senso del passato. Il passato ce l’abbiamo proprio appiccicato in faccia, anche quando non vogliamo. Quindi questo continuo interpellarci, su ciò che è stato e non su ciò che sarà, fa parte di noi e della nostra cultura: è un lato bello ma decisamente malinconico. Lo dico sempre, non voltiamo mai pagina totalmente, rimane sempre qualcosa di residuo, anche se magari razionalmente sappiamo di aver fatto la scelta giusta.

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5. Che definizione daresti al termine fascino?

Per me ciò che può essere affascinante è ciò che mi ispira curiosità, quindi il fascino lo lego soprattutto a questo. È lontano dall’immediatezza. Non mi lego subito a qualcosa, magari la guardo, la osservo e ci ritorno, e mi innamoro ancora di più… Questo concetto lo lego soprattutto ai palazzi: passiamo cento volte al giorno sotto ad un palazzo, e magari esso ha una storia interessantissima, più dell’estetica, che talvolta può essere anche un concetto superficiale… Ad esempio, quando visito le dimore storiche, mi rimangono molto più impresse quelle che sono vissute, magari anche più decadenti, dove c’è da indagare e recepire. Rispetto a quelle che sono restaurate così di fino tanto da perdere quell’aspetto di fascino originale e connesso ai tempi passati.

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6. Parli con estrema libertà della tua vita privata, del tuo amore e della tua passione per la moda oltre il genere convenzionale (penso ai giacchini di Chanel e alle gonne). È un modo di fare che ti è sempre appartenuto, oppure c’è stato un momento in cui ti sei sentito libero di essere libero?

Penso sia sempre stato così, da bambino giocavo con le Barbie e ho fatto coming out quando avevo diciassette anni, è stato molto breve il periodo in cui mi sono nascosto… Però allo stesso tempo, la maturità di sapere ciò che mi piace e ciò che sono l’ho acquisita nel tempo. Questo concetto è anche legato al mio modo di vivere la moda: al liceo mi vestivo diverso dagli altri. L’altro giorno avevo il kilt e oggi ho una mantellina di plastica. Nonostante io non sia particolarmente sicuro di me, so bene quello che mi piace. Non lo dico per presunzione, ma magari posso aiutare qualcuno che ha il timore di farlo a mettersi in gioco. Anche questo è “fare community”: alcuni ragazzi mi scrivono che non hanno mai avuto il coraggio di fare o di indossare qualcosa, ma ora ce l’hanno grazie a me. Non sono di certo la componente risolutiva, però posso inspirare fiducia.

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7. Uno dei motivi per i quali abbiamo deciso di trattare il tema della vita lenta, è stato l’ascolto del podcast “Carla, una ragazza del Novecento”: una nipote che trova il diario della propria nonna, Carla, che ha vissuto durante tutto il Novecento italiano. Un vero e proprio documento sull’evoluzione del costume e della società, vista attraverso gli occhi di una lavoratrice, una donna comune ma fortemente emancipata. Visto che si tratta di un podcast basato su un diario ritrovato, mi chiedevo se tu tieni un diario, e se sì, cosa tendi a scriverci? Hai una frequenza particolare? In quali momenti ti rivolgi a questo diario?

Sì, io tengo un diario da sempre, sin da quando ero bambino. Il primo me l’hanno regalato all’età di 7 anni, sotto l’albero di Natale a casa di mia nonna. Nel 2002 ho iniziato il primo diario serio, e da lì non ho mai smesso. Posso dire di avere tutto uno storico trascritto della mia vita, con una frequenza casuale, mai imposta. È un’attività che consiglio sempre, non come imposizione, ma come modo di vivere la propria intimità. Nessuno pensa che le nostre memorie verranno trascritte, quindi dev’essere un’attività fatta solo per sé stessi. Se devo pensare ad una cadenza media, direi comunque settimanale. Ci scrivo veramente tutto: la mia quotidianità, i voti del liceo, i miei stati d’animo, ciò che mi succede… Ho sempre scritto come se fosse una lettera indirizzata alla personificazione del mio diario, che quindi ha un nome proprio (segreto). Scrivo sempre il luogo in cui sono, la data, e l’incipit è sempre lo stesso; sono vent’anni che scrivo esattamente così, ogni singola volta…. È appunto una lettera, parlo di me, di come andava a scuola, del mio coming out: infatti quando ho registrato il podcast, ho dedicato una puntata a questo argomento, e sono andato a riprendere quelle pagine, alcune le ho proprio rilette. Il bello del diario è proprio quello, ripercorrere come sei stato e come sei diventato nel tempo. I lutti, le sensazioni, i litigi in famiglia, le serate.  È una conversazione con me stesso, scrivere lì una cosa significa che è importante per me, magari anche solo in quel periodo… Ci sono persone che non fanno più parte della mia vita ma che sono lì, quindi hanno rappresentato tanto. Mi permette di avere un po’ tutto chiaro, come se avessi un filo, e quel filo rappresenta tutto me stesso, nelle gioie e nei dolori. Il diario mi aiuta anche e a bilanciare bene il tempo che passa. Generalmente scrivo la domenica, come prima cosa mi appunto come mi sento: triste, allegro, preoccupato, riflessivo, rilassato…

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8. Parliamo di podcast (che tra l’altro hai prodotto): da fruitore, ci sono dei podcast che per te sono imprescindibili e che ci suggeriresti di ascoltare?

Sì, ne sono un fruitore ma non quanto vorrei. Li ascolto quando sono in viaggio, soprattutto quando siamo in macchina, ad esempio verso la Liguria dai miei genitori. Uno che ho apprezzato moltissimo è Il Dito di Dio di Pablo Trincia, sull’episodio della Costa Concordia, come è stato scritto e affrontato il tema. Un altro esempio è Indagini, un vero true crime. Mi è capitato di ascoltarlo durante un viaggio in Francia, decidevamo i componenti delle due auto in base alla condivisione del podcast. Poi amo quelli storici, da Alessandro Barbero a Bistory, perché mi piacciono molto le biografie storiche.

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9. Al di là dei progetti dei quali mi hai parlato, ci sono progetti ai quali stai segretamente lavorando?

Il 2022 è stato un anno di metamorfosi perché volevo andare oltre Instagram: non perché mi abbia stufato, ma perché vorrei che ci siano dei progetti collaterali che mi permettano di non essere solo parte dei quel contenitore virtuale. In generale mi piacerebbe scrivere di più, magari anche nell’ottica di trasformare i miei tour in qualcosa di scritto, che non sia soltanto una bella foto. Vorrei diventassero dei veri e propri racconti, magari in un formato cartaceo… Ciò che è certo è che, nonostante le elucubrazioni sul futuro, voglio continuare a sorprendermi; il giorno in cui non mi sorprenderò più, mi spaventerò!

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10. qual è un oggetto della tua casa al quale tu non hai mai rinunciato e non rinunceresti mai?

È un quadro che ho ereditato da mia nonna paterna, che ha anche una storia molto bella. È un quadro di per sé senza valore, ma l’ho sempre guardato da quando ero bambino. Era una delle prime cose che andavo a fare a casa della nonna, la salutavo e poi andavo a guardarlo: è sempre stato nello stesso posto. Mi sono sempre detto che l’avrei voluto io, e alla fine ce l’ho fatta, anche se non facilmente (ridendo). Raffigura una donna a tre quarti, vestita con un cappello e una mantellina di pizzo, ha uno sguardo bellissimo. Ci vedo un’eleganza innata, che solo questi quadri ottocenteschi possono rappresentare. Ci ritrovo anche la passione per i dettagli: il pizzo, il cappello, un nastro, una collana di corallo. In generale ci rivedo io da bambino, che lo osservo per ore. Avevo scritto una lettera apposta a mia nonna per chiederle di donarmi quel quadro, per poterla portare sempre con me anche quando non ci sarebbe più stata… E così è stato: possedeva cose di valore economico decisamente più desiderabili rispetto a quello, ma a non interessavano, volevo proprio quello…

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