issue #55: Inventing the future
Maria Grazia Chiuri, dopo l’addio alle maison Valentino e Dior, riporta in vita il leggendario Teatro della Cometa a Roma, insieme alla figlia Rachele Regini. È da questo luogo, emblematico simbolo di resistenza e passione, che reinventeranno ancora una volta il futuro. Ne parliamo in questa intervista Podcast.
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Ascolta l’intervista podcast.
CALEIDO
@mariagraziachiuri e @racheleregini, vi troviamo unite nel percorso artistico del @teatrocometa. Qual è il punto di contatto tra l’arte del teatro e la società contemporanea, anche in relazione alle vostre rispettive generazioni?
MARIA GRAZIA
Sicuramente ci sono degli aspetti in comune tra il teatro e la società contemporanea, ma anche degli elementi di contrasto. Il punto d’unione sta nella rappresentazione: il teatro è rappresentazione, e nel contemporaneo se ne parla molto. Però allo stesso tempo c’è distanza, perché oggi questa rappresentazione è spesso mediata dal video, mentre nel teatro avviene in presenza, con chi performa e con il pubblico che, in qualche modo, partecipa alla performance.
RACHELE
La mia generazione è definita dallo scrolling, dal consumo continuo di contenuti sempre più brevi, sempre più performanti, pensati per catturare subito l’attenzione. È un po’ nata con l’ADHD, con l’incapacità di concentrarsi su qualsiasi cosa.
Il teatro quindi è l’antitesi perfetta di questo tipo
di andamento: ci costringe
a stare nel qui e ora, lo trovo affascinante
proprio per questo. È una dimensione
difficile da abitare, ma le cose difficili
sono le più interessanti.


CALEIDO
Nell’ambito della moda e dell’arte in generale, incontriamo diversi duo creativi. Quando e come avete compreso che la vostra affinità personale, da madre e figlia, poteva trovare terreno fertile anche nella dimensione professionale? Nella vostra alchimia creativa, quali sono le aree nelle quali prevale una dimensione individualistica e quali invece quelle in cui trova spazio la collaborazione?
RACHELE
La nostra alchimia e la relazione lavorativa sono qualcosa che abbiamo dovuto davvero conquistare e coltivare. Non è stata immediata, ma ci siamo subito trovate allineate su una visione comune del progetto, e questo a 360 gradi: dalle collaborazioni con le artiste, al modo in cui queste dovevano essere comunicate e concretizzate, fino al mood e allo spirito che la collezione avrebbe dovuto avere e rappresentare. Lo spazio della nostra collaborazione, in fondo, è stata proprio questa visione globale condivisa.
MARIA GRAZIA
Per me è molto naturale lavorare in collaborazione, non solo con Rachele, ma anche con tutto il team. Ovviamente questo, a volte, va gestito, soprattutto nel rapporto con la propria sfera privata – cercando, per quanto possibile, di non portarsi il lavoro a casa. È importante preservare uno spazio personale, altrimenti si rischia che il rapporto lavorativo diventi qualcosa di totalizzante, anche perché ciò che facciamo ci appassiona molto. Non credo che lavorare insieme sia semplice per nessuno, ma credo sia proprio questa la sua bellezza: genera un arricchimento enorme, reciproco.



CALEIDO
Maria Grazia Chiuri, nei suoi progetti emerge sempre una forte componente di narrazione femminile. Come costruisce questa narrazione? C’è stato un momento preciso in cui ha compreso che questo messaggio stava cessando di essere la sua voce individuale, per diventare invece un linguaggio culturale condiviso?
MARIA GRAZIA
Credo che qualsiasi
tipo di lavoro porti con sé una dimensione
profondamente personale. Spesso ci si accorge
che questo vissuto non è esclusivamente
individuale, ma può essere condiviso
con altre persone.
L’opportunità di esprimerlo permette infatti di scoprire che esistono individui che mostrano interesse o che, in qualche misura, condividono le stesse visioni e problematiche. Non esiste però un momento preciso in cui si diventa consapevoli di ciò: è piuttosto un percorso, che si compie insieme ad altri, e attraverso il quale si riconosce un sentire comune.


CALEIDO
Lei lavora costantemente con artigiani, artisti e intellettuali, ampliando la circonferenza dell’attenzione a lei riservata per fare spazio anche a loro. Possiamo definire questa sua nobile pratica una forma contemporanea di mecenatismo? Da dove trae origine il suo approccio aperto e collaborativo? In che modo il dialogo modella e amplia la sua visione creativa?
MARIA GRAZIA
Non considero questa pratica una forma di mecenatismo. Mi sono sempre definita, nel caso della moda, una direttrice creativa comunitaria. Mi piace lavorare in comunità, con gli altri. La parte che mi interessa di più è il processo creativo, e mi piace affrontarlo con altre persone. Solo nel confronto c’è arricchimento e costruzione.



CALEIDO
Addentrandoci in una dimensione più personale: nella vita, quali sono le motivazioni che vi stimolano maggiormente? E quei campanelli d’allarme che vi bloccano?
RACHELE
Penso che le mie linee guida siano sempre la ricerca, la curiosità e la passione. Quando mi innamoro di un progetto, il mio impegno è quello di fare tutto il possibile per concretizzarlo e vederlo realizzato. Non direi di avere dei veri e propri campanelli d’allarme che mi frenano nel lavoro.
MARIA GRAZIA
A volte, l’aspetto più importante in questi progetti è l’empatia che si crea con le altre persone. Quando c’è empatia e il desiderio condiviso di costruire un progetto comune, tutto diventa più semplice. Un segnale d’allarme può invece emergere quando non si percepisce lo stesso tipo di empatia nei confronti del progetto: non è un fatto personale, riguarda proprio la visione e il percorso che si desidera intraprendere insieme.

CALEIDO
Maria Grazia Chiuri, tornando alle numerose collaborazioni con artigiani, artisti e intellettuali, seguendola da lontano l’ho sempre associata al concetto di Cultural Responsibility. Possiamo forse affermare che la grande responsabilità contemporanea dei direttori creativi delle grandi maison (oltre a generare profitto per le aziende) è anche quella di promuovere la cultura del saper fare? Avviando progetti culturali che esulino dalle mere logiche commerciali per dare rilievo a valori intangibili come quello culturale?
MARIA GRAZIA
Credo che la moda sia innanzitutto uno spazio di confronto, un territorio in cui entrano in gioco diversi elementi, tra cui quelli culturali. Dal mio punto di vista, infatti, la moda stessa è un elemento culturale. Spesso, purtroppo, viene ridotta all’idea di brand, ma in realtà è il modo in cui scegliamo di rappresentarci nel mondo, indipendentemente dal capo indossato o dalla sua griffe.
L’essere umano, da sempre, utilizza gli abiti
come una sorta di seconda pelle,
e proprio per questo credo sarebbe necessario
guardare alla moda non tanto come
a un sistema di marchi, ma nel
suo significato più autentico,
anche antropologico.

Courtesy of @teatrocometa
CALEIDO
Rachele Regini, la moda è da sempre considerata una chiave di lettura della società contemporanea. Crede che sia ancora così? Guardando al domani: esistono dal suo punto di vista altre chiavi, altrettanto o maggiormente significative, per comprenderla ed interpretarla?
RACHELE
La responsabilità culturale, a mio avviso, riguarda la moda così come tutte le altre industrie. Sentiamo tutti la necessità – sia come produttori che come fruitori di immagini e contenuti – di riconoscere uno specchio della società che sia il più possibile autentico e veritiero. Anche il nostro impegno femminista nasce da questa esigenza: dal desiderio di vedere rappresentazioni di donne che ci assomiglino davvero, che esistano nella realtà. Per questo motivo, credo che la responsabilità culturale non appartenga soltanto alla moda, ma a tutte le forme, commerciali e non, che si esprimono nel mondo.


CALEIDO
Maria Grazia Chiuri, parlando di archivi, il suo rapporto con essi appare intenso: prima con quelli di Monsieur Dior e dei tanti intellettuali che hanno ispirato il suo lavoro creativo, ora con quelli di Pecci Blunt. In cosa consiste il suo lavoro di traduzione per riuscire a connettere le creazioni del passato con qualcosa di comprensibile e desiderabile per gli acquirenti di oggi?
MARIA GRAZIA
Sono molto affascinata dagli archivi, in generale. In ambito teatrale, ho lavorato – e sto ancora lavorando – molto sull’archivio di Mimì Pecci Blunt. L’archivio è un modo per conoscere, per capire un periodo storico, delle figure di riferimento. E naturalmente, quando si lavora su un archivio, si fa anche una selezione: si diventa curatori, e quindi si dà un’interpretazione. L’archivio smette così di essere neutro, e diventa un punto di vista specifico.

CALEIDO
Quando abbiamo aperto il nostro spazio a Milano, abbiamo riflettuto sul tema dell’effimero: ovvero l’opposto dell’utopica ricerca dei creativi di realizzare qualcosa che duri per sempre. A questo proposito le chiedo: che ruolo ha per lei l’effimero? E che cosa rende, invece, una creazione duratura nella memoria collettiva?
MARIA GRAZIA
Definire l’effimero è estremamente complesso, perché dipende molto da ciò che ognuno intende con questo termine. Personalmente, considero l’effimero come qualcosa di necessario. Ciò che viene percepito come duraturo, invece, credo sia in realtà un’illusione: nulla è davvero permanente. L’idea stessa di durata, in fondo, è un concetto illusorio.


CALEIDO
Rachele Regini, se potesse collaborare con una figura del passato – non necessariamente del mondo della moda – chi sceglierebbe e perché?
RACHELE
La persona del passato con cui mi sarebbe piaciuto collaborare è senza dubbio Leonor Fini. Sono profondamente affascinata da lei, non solo dalle sue creazioni e dalla sua arte, ma anche dalla sua personalità. Mi avrebbe entusiasmato l’idea di incontrarla e, se non collaborare, almeno avere modo di conoscerla.

CALEIDO
Spesso si dice che sia stato già inventato tutto, salvo poi scoprire che c’è ancora molto spazio per il nuovo. Come si costruisce una nuova narrazione rilevante per il presente?
MARIA GRAZIA
Anche in questo caso, il concetto di “nuovo” è molto relativo. Nuovo è qualsiasi cosa che tu non conosci ancora. Mi è capitato spesso di confrontarmi con persone molto più giovani di me, che trovavano nuovo qualcosa che a me sembrava già noto, oppure molto vecchio. È una dinamica che accade spesso negli uffici stile, soprattutto quando ci sono persone giovani. In fondo, a rendere qualcosa nuovo o vecchio è lo sguardo di chi lo osserva, il suo background – non l’oggetto in sé.
RACHELE
Su questo trovo interessante esplorare l’archivio di mia madre: è un archivio di pezzi vintage che ha indossato e usato per tutta la vita. Io ci vado, cerco cose, le provo, le metto e le rimetto: lì nasce uno spazio di confronto. A me sembrano nuove, oppure trovo nuove cose che per lei rimandano a epoche passate, che le sembrano vecchissime, magari anche superate o non più desiderabili.


CALEIDO
Se doveste scappare portando con voi un solo oggetto, quale sarebbe?
MARIA GRAZIA
Porterei sicuramente un libro. Un libro ti salva in qualsiasi situazione, perché ti permette di isolarti e di coltivare la tua immaginazione.
RACHELE
Anch’io porterei un libro: La casa degli spiriti di Isabel Allende, che mi ha autografato e dedicato personalmente. Scapperei sicuramente con quello.

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