CONVERSATION

Damien Ajavon: Journey of identities

issue #51: Journey of identities

L’identità è un viaggio, fatto di radici, cultura, educazione, connessioni umane, passioni ed esperienze vissute. Ne parliamo con il textile artist Damien Ajavon. Buona esplorazione!

Benvenuti in Caleido, il diario su persone straordinarie curato da MM Company. / Leggi qui l’Editor’s letter

Damien Ajavon: Journey of identities
Ph. @simon171

CALEIDO

Tu sei un textile artist. Qual è il tuo primo ricordo d’infanzia legato al mondo dei tessuti?

DAMIEN

Uno dei miei ricordi più cari legati al mondo dei tessuti è stato quando stavo per lasciare casa, e mia madre, con un senso di urgenza, tirò fuori un pezzo di tessuto dal suo armadio. Tornò tenendo quello che chiamò un “tessuto manjak” nero con quadrati bianchi e rossi. Mi spiegò che sua madre l’aveva fatto per lei quando lasciò la casa e portava me in grembo, per trasferirsi a Parigi con mio padre. Quel tessuto, disse, era stato pensato per proteggerla, e ora avrebbe protetto me. Tenere quel pezzo di stoffa, sapendo che proveniva da mia nonna durante un momento così cruciale nella vita di mia madre, e comprenderne lo scopo, mi ha davvero fatto sentire come se stessi ricevendo una reliquia. Un collegamento tangibile alla storia della mia famiglia e un potente simbolo di amore e protezione tramandato attraverso le generazioni.

Damien Ajavon: Journey of identities
Ph. @adrianbugge
Damien Ajavon: Journey of identities
Ph. @stillchai
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Ph. @adrianbugge

CALEIDO

Attraverso i tessuti, racconti storie. Per aiutarci a capire meglio, potresti condividere la storia dietro il tappeto “Chemin vers Milano” per cc-tapis, che abbiamo scelto come copertina per questo numero? Da dove nascono tali narrazioni?

DAMIEN

Ah, Chemin vers Milano… quel pezzo è davvero un viaggio personale, un racconto intessuto di fili. Lo vedi come un’ode a Milano. Quella città incarna un dialogo unico e affascinante tra il duro e il morbido, il rigore e l’eleganza senza sforzo. È proprio quella sprezzatura tutta milanese che volevo catturare: una grazia naturale che trovo assolutamente affascinante. La sfida era evocare un’esperienza tridimensionale su una superficie bidimensionale.

Ma la narrazione non nasce solo sulle strade acciottolate di Milano. Le sue origini affondano nelle radici più profonde della mia identità. La mia fonte creativa è intimamente legata al mio patrimonio culturale franco-africano, intrecciato con i miei anni formativi nel vivace arazzo di Parigi. Questa doppia appartenenza è da sempre una prospettiva potente attraverso cui osservo il mondo. Ho sempre sentito la bellezza e la tensione di questa dualità, e l’urgenza di onorare e custodire le mie radici ancestrali.

Chemin vers Milano, in questo senso, diventa metafora di un viaggio interiore attraverso mondi diversi. Il chemin, il cammino, non è solo una strada fisica verso Milano; è un percorso metaforico dentro il mio paesaggio culturale. Le texture e i colori del tappeto riflettono questa interazione. Gli elementi più rigidi e strutturati richiamano l’architettura milanese, mentre le forme più morbide e i toni terrosi sussurrano della mia eredità africana. La sofisticatezza richiama Parigi, mentre la naturalezza raffinata è un tributo alla vita milanese.

I miei viaggi attraverso l’artigianato, gli incontri con artigiani e le loro tecniche antiche, nutrono sottilmente anche questa narrazione. Ogni nodo, ogni scelta di colore, porta l’eco di questi viaggi, una reverenza per le mani che hanno plasmato tessuti per secoli.

In definitiva, le storie intrecciate nei miei tessuti non sono mai univoche: sono una confluenza di vissuto personale, eredità culturale e sensazioni dei luoghi che incontro. Chemin vers Milano è la testimonianza di come una città possa entrare in risonanza con il proprio universo interiore, diventando un punto d’incontro di influenze diverse e un omaggio alle complesse sfumature dell’appartenenza. È un invito a percorrere quel cammino, a sentire il duro e il morbido, il rigore e la naturalezza, non solo di una città, ma di una vita vissuta tra mondi. E magari a percepire la sottile danza tra profondità e superficie racchiusa nella sua forma intessuta.

Damien Ajavon: Journey of identities
Damien Ajavon: Journey of identities
Ph. @luca.caizzi / Courtesy @cc_tapis
Damien Ajavon: Journey of identities
Courtesy @cc_tapis
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Courtesy @cc_tapis

CALEIDO

Parli spesso di essere motivato dal desiderio di cercare la tua identità. A che punto sei in questa ricerca, e quali sono le lezioni più significative che hai tratto da questa esplorazione?

DAMIEN

La mia ricerca di identità
mi sembra un continuo percorso di scoperta,
non una meta che ho raggiunto.
Quello che ho davvero imparato è che l’identità
non è una cosa fissa che trovi,
ma più come una storia che racconti
attraverso ciò che fai e crei.

Ogni pezzo che realizzo è come un’istantanea di un momento del mio viaggio: di come comprendo me stesso, del mio passato, di ciò che mi commuove e di come guardo il mondo. E affidare quei pezzi al mondo è come lasciare piccole tracce, archivi sparsi di quella narrazione.

Non è un percorso sempre lineare: ci sono deviazioni, svolte inattese nella creazione, e anche queste portano con sé insegnamenti. Quando qualcuno si riconosce nel mio lavoro, è come se un altro frammento trovasse il suo posto. È un viaggio ancora in corso, e i tessuti, l’artigianato, sono il mio modo per comprendere il mondo – mentre lo attraverso.

Damien Ajavon: Journey of identities
Ph. @patty_van_den_elshout
Damien Ajavon: Journey of identities
Ph. @patty_van_den_elshout
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Ph. @patty_van_den_elshout

CALEIDO

Hai descritto la tua pratica artistica come profondamente influenzata dalle culture africane e occidentali, così come dalla comunità queer. Come vivono questi elementi all’interno dei tuoi progetti?

DAMIEN

Le mie radici africane, la mia educazione in Occidente e la mia esperienza queer non sono compartimenti separati: sono fili intrecciati nel modo in cui guardo il mondo e, di conseguenza, nei miei progetti. Si possono cogliere i colori audaci della mia eredità accanto a un senso di struttura più occidentale. L’essere queer, poi, influenza profondamente le storie che scelgo di raccontare — storie di fluidità, di messa in discussione delle norme.

L’idea di fluidità ha per me un significato profondo, soprattutto vivendo circondato dall’acqua in continuo movimento e da paesaggi in trasformazione. È un concetto che riflette il modo in cui sento di muovermi tra culture e comunità diverse. In questo senso, la visione di fluidità nell’ambiente, così come la propone Donna Haraway, mi sembra particolarmente rilevante.

Nei miei tessuti, tutto questo si traduce in un senso di movimento nelle fibre: strati di texture che evocano ambienti diversi, o forse il sentimento stesso del viaggio. Cerco di esprimere quella relazione dinamica che abbiamo con ciò che ci circonda – un flusso continuo, un’interconnessione profonda – in una forma che sento tanto personale quanto universale.

Damien Ajavon: Journey of identities
Ph. @patty_van_den_elshout
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Ph. @patty_van_den_elshout

CALEIDO

In questo momento storico, c’è una maggiore attenzione verso i “temi dell’identità”. Quali elementi influenzano e definiscono l’identità di una persona, e quali sono trascurabili? Perché pensi ci sia un così forte bisogno di definire la propria identità?

DAMIEN

È vero, no? L’identità è un tema caldissimo in questo momento… Quando rifletto su ciò che plasma chi siamo, mi sembra sempre un insieme ampio e un po’ caotico. Certo, ci sono elementi fondamentali come il nostro background, le nostre origini, le storie familiari, le radici culturali: sono i fili portanti del nostro arazzo personale. Ma poi c’è anche l’esperienza vissuta – tutto ciò che attraversiamo, le comunità con cui entriamo in contatto, le gioie, le sfide. È questo, davvero, che ci modella profondamente.

Penso anche che le nostre passioni
e ciò che creiamo abbiano un ruolo enorme.
Ciò che ci attrae,
dove riversiamo la nostra energia,
tutto questo dice molto su chi siamo
e su ciò che per noi ha valore.
E senza dubbio, il modo in cui vediamo noi stessi
e scegliamo di esprimerlo,
attraverso lo stile personale,
le convinzioni che portiamo,
è una parte fondamentale della nostra identità.

Per quanto riguarda ciò che è meno importante? Direi forse le etichette che gli altri cercano di appiccicarci, soprattutto quando non rispecchiano ciò che siamo davvero, dentro. O magari aspetti più superficiali, come ciò che è di tendenza o quello che la società si aspetta in un dato momento. Sembrano più costumi da indossare, ma non definiscono davvero il nucleo della nostra identità.

Perché allora questo grande bisogno di definire chi siamo, proprio adesso? Penso che dipenda, almeno in parte, dal fatto che il mondo sta cambiando a una velocità impressionante. Le vecchie strutture si stanno spostando, e le persone si stanno rendendo conto di non dover più adattarsi a schemi rigidi o a piccole caselle predefinite. C’è un desiderio autentico di conoscersi secondo i propri termini, di trovare la propria comunità, di sentirsi riconosciuti per ciò che si è davvero. Forse è anche una reazione al sentirsi invisibili o fraintesi. In un mondo che a volte può sembrare opprimente, avere un senso chiaro di sé, sapere dove si è e cosa si rappresenta, può diventare qualcosa di profondamente radicante e allo stesso tempo liberatorio.

Damien Ajavon: Journey of identities
Ph. @stillchai
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Ph. @stillchai

CALEIDO

La tua identità creativa ha molto a che fare con la sperimentazione. Come si manifesta questa pratica nella tua vita professionale e personale? Ci sono aree in cui senti di essere uno sperimentatore davvero straordinario? In cosa dovrebbero sperimentare di più le persone?

DAMIEN

Sperimentazione? Sì, è assolutamente la mia passione, sia nello studio che – a dire il vero – anche nella vita di tutti i giorni. Creativamente, è lì che accade la magia, no? Hai un’idea, ma non sai davvero cosa diventerà finché non inizi a giocare con i materiali, a provare tecniche diverse, a vedere cosa succede quando spingi un po’ oltre il consueto. È così che inciampo in sorprese inaspettate, in quegli “incidenti felici” che spesso finiscono per diventare le parti più entusiasmanti di un lavoro. È un approccio che tiene le cose vive, fresche, e mi impedisce di restare bloccato in una routine.

E credo che questa mentalità sperimentale influenzi anche il modo in cui affronto la vita in generale. Non ho paura di provare cose nuove: che si tratti di una ricetta strana, di guardare un problema da un’altra angolazione o anche solo di iniziare una conversazione con qualcuno che non conosco. Questo vale in modo particolare quando viaggio per lavoro, esplorando il mondo dell’artigianato. Ritrovarsi in posti nuovi, a contatto con artigiani che hanno competenze e tradizioni completamente diverse dalle mie, mi costringe a mettermi in gioco. Devo spingermi oltre i miei limiti solo per comunicare, per imparare, per costruire nuovi legami. È come se il mondo diventasse un’estensione del mio studio — un enorme laboratorio di tecniche, materiali e idee.

Dove mi sento davvero uno sperimentatore? Forse proprio nello spingere i confini di ciò che i tessuti possono fare. Mi appassiona mescolare materiali inaspettati, provare tecniche non convenzionali, vedere se riesco a trasformare qualcosa in qualcosa di totalmente nuovo. È come dire: “Ok, il tessuto può fare questo… ma se provassimo quest’altra cosa?” Ecco, è lì che mi accendo davvero.

In cosa dovrebbero sperimentare di più le persone? Direi il fallimento. Seriamente! Abbiamo così paura di sbagliare…senza capire che è proprio da lì che deriva la gran parte del processo di apprendimento e innovazione. Ogni “ops” è un’occasione per guardare le cose da un’altra prospettiva — e magari inciampare in qualcosa di ancora più interessante di ciò che avevamo immaginato. Quindi sì, più pasticci giocosi e meno paura della risposta “sbagliata”. Questo è quello che penso, soprattutto quando ci si addentra in territori nuovi, che si tratti di una tecnica, di un’idea o di una cultura mai incontrata prima.

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Ph. @stillchai
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Ph. @stillchai
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Ph. @stillchai

CALEIDO

Che rapporto hai con l’ordinario, il ripetitivo e il quotidiano?

DAMIEN

Questa è una bella domanda, perché, a essere onesti, il mio rapporto con l’ordinario e il ripetitivo è un po’ come una storia d’amore segreta — silenziosa ma costante, e alla base di gran parte di ciò che faccio. Magari non è evidente subito in un lavoro finito, ma c’è, e vibra sotto la superficie.

Prendi il mio rapporto con la musica, per esempio. Posso diventare completamente ossessionato da una canzone, ascoltarla in loop finché non ne ho assorbito ogni strato, ogni minima sfumatura. E poi, solo allora, riesco ad andare oltre. C’è qualcosa in quell’immersione profonda in ciò che all’apparenza è semplice, che trovo davvero appagante. È un po’ lo stesso con la mia attrazione per i colori caldi. Posso perdermi nell’esplorare tutte le sfumature e intensità di rossi, arancioni e rosa, come se stessi ripetendo una melodia visiva finché non riesco a coglierne appieno la risonanza emotiva. Anche lì, nella ripetizione, trovo un ritmo che parla.

E questo si collega totalmente
alla natura ripetitiva della tessitura,
della maglia e di molti processi artigianali.
Il passaggio ritmico della navetta,
il clic dei ferri – può sembrare banale dall’esterno,
ma per me diventa quasi ritualistico.
È meditativo. Le tue mani cadono in questo schema,
e la tua mente può vagare o concentrarsi
in un modo completamente diverso.
È in quella ripetizione che spesso trovi
una sorta di magia silenziosa,
uno spazio perché le idee possano filtrare
e le tue mani possano quasi pensare da sole.

L’ordinario, le cose quotidiane che ci circondano — una piastrella incrinata, il modo in cui la luce accarezza una certa texture, i colori visti in un mercato — sono spesso i semi della mia ispirazione. Si tratta di fermarsi davvero a guardare, di cogliere la bellezza o la stranezza in ciò che a prima vista potrebbe sembrare banale. Le azioni ripetitive del mio mestiere diventano allora uno strumento per tradurre quelle osservazioni, per far emergere lo straordinario nascosto nell’ordinario. È un po’ come prendere una singola nota e ripeterla: ogni ripetizione ti consente di esplorarne la risonanza, il modo in cui vibra in relazione al silenzio che la circonda. Per questo il quotidiano e il ripetitivo, insieme alla mia immersione nelle tonalità calde, non sono un semplice rumore di fondo. Sono parte integrante, elementi essenziali del mio universo creativo.

Damien Ajavon: Journey of identities
Ph. @patty_van_den_elshout
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CALEIDO

Recentemente abbiamo parlato con Carla Sozzani sul tema della motivazione. Quali sono le forze trainanti che ti motivano di più?

DAMIEN

Cosa mi spinge davvero? Alla fine, tutto si riduce a pochi elementi essenziali. Prima di tutto, mia madre: una presenza costante, una forza silenziosa ma potente. Il suo sostegno e la sua forza interiore sono sempre stati una fonte di ispirazione profonda.

Poi c’è la mia cerchia più intima — quegli amici fidati che rappresentano uno sguardo critico a cui mi affido. Sono loro che mettono alla prova le mie idee, che ampliano le mie prospettive e spingono il mio pensiero oltre i confini abituali.

E, al centro di tutto, c’è un bisogno viscerale: dare forma all’intangibile. Una passione autentica per il mestiere in sé. Prendere materiali grezzi e trasformarli in qualcosa che racconta, che vibra di emozione e significato — è questo l’impulso che muove il mio lavoro. Non è solo desiderio: è necessità, è urgenza creativa.

Naturalmente, lo spettro vibrante dei colori caldi — quei rossi profondi, gli arancioni intensi, i rosa che quasi pulsano — è una fonte continua di energia e fascino.

È da questa convergenza che nasce il mio percorso artistico: radici personali profonde, un’urgenza interiore di creare alimentata dall’amore per il fare, e il linguaggio visivo potente del colore che accompagna e amplifica ogni gesto

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Ph. @patty_van_den_elshout

CALEIDO

Caleido Diary è un diario. Hai mai tenuto un diario nella tua vita? Personale, legato ai viaggi o connesso al tuo lavoro? Potresti parlarcene?

DAMIEN

Esattamente! Ho questo taccuino che inizio ogni settembre, sempre nuovo, e lo riempio fino all’ultima pagina. Diventa una sorta di contenitore per tutto: è lì che le idee progettuali prendono forma per la prima volta – magari uno schizzo veloce di una texture che sto immaginando, o una combinazione di colori che mi ossessiona in quel momento.

Quando viaggio per esplorare l’artigianato, poi, è come se il taccuino si animasse. Aggiungo appunti su tecniche di tessitura che osservo lungo il percorso, o su come una comunità utilizza un certo tipo di colorante. Schizzo motivi che trovo ispiranti, come quelli delle piastrelle marocchine, oppure incollo un frammento di tessuto raccolto in un mercato locale. A volte basta un pensiero fugace su un treno, e finisce lì dentro.

Insomma, non è solo un luogo di riflessione personale: è un vero e proprio strumento di lavoro. Quelle osservazioni raccolte in viaggio diventano materia viva, innescano nuove direzioni e nutrono le texture, i colori e le narrazioni che prendono forma nei miei tessuti.

È come se il mondo intero diventasse un enorme archivio di fonti, e il mio taccuino fosse il modo
in cui raccolgo e do forma a quei frammenti d’ispirazione così importanti.
Tiene tutto collegato – la scintilla iniziale di un’idea,
gli incontri reali che faccio durante i viaggi,
e la loro trasformazione, alla fine, in un pezzo compiuto.
È un po’ disordinato, sì – ma è il mio disordine, e ci trovo senso.

Damien Ajavon: Journey of identities
Ph. @adrianbugge
Damien Ajavon: Journey of identities
Ph. @adrianbugge
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Ph. @adrianbugge

CALEIDO

Se dovesse scappare con un oggetto in mano, quale sarebbe? Ci manda una foto scattata da lei?

DAMIEN

Se dovessi fuggire di corsa portando con me una sola cosa… sarebbe senza dubbio il mio piccolo telaio.

L’ho preso l’anno scorso proprio per realizzare campioni, e da allora è diventato uno strumento fondamentale. È abbastanza compatto da poterlo afferrare al volo, ma racchiude un potenziale enorme. È lì che provo nuove combinazioni di colori, sperimento texture e intrecci diversi, e gioco liberamente, senza la pressione di un progetto troppo strutturato. È, in tutto e per tutto, il mio laboratorio portatile di possibilità tessili.

Ma è speciale anche per un’altra ragione: rappresenta l’inizio, quella scintilla iniziale da cui nasce un’idea. È su quel piccolo telaio che vedo per la prima volta un concetto prendere forma concreta. È il punto di partenza tangibile di molti dei miei lavori più grandi.

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Ph. @jongorospe

Diario di @damien.a.a.
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