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Fernando Cobelo

Il Diario di Fernando Cobelo, illustratore di origini venezuelane. Benvenuti in Caleido, diario d’ispirazione che contiene molte storie: di persone creative, di tendenze, di viaggi, di oggetti. / Leggi qui l’Editor’s letter

Diario di: @fernandocobelo

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1. Il suo universo è popolato di personaggi. In che modo arriva a definire le loro identità (visuali)? Ha un processo metodico? C’è un personaggio al quale si sente più affezionato?

Mi piace utilizzare il più possibile metafore visive. Questo vuol dire che quando devo illustrare una determinata azione, fatto o scena, provo a farlo in modo non letterale, ma sostituendo alcuni elementi con altri più figurativi, creando una trasposizione simbolica di immagini. Così le pagine di un libro possono trasformarsi in un’altalena o lo stetoscopio di un dottore in una lampadina. Creare questo “trasferimento” o questo “scambio” di concetti fa sì che tante volte ci sia una chiave surreale nei miei lavori e nei miei personaggi; o che vengano percepiti come sognanti e poetici da chi li guarda. In realtà tutto quello che sto facendo è utilizzare metafore visive: esse fanno proprio parte del mio processo creativo.

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2. Lei è venezuelano, una terra solitamente associata al colore. Le sue opere sono invece prevalentemente in bianco/nero (e tanti grigi). Ci racconta il suo rapporto col colore? Ha sempre disegnato privandosene? Lei pensa a colori o in bianco e nero?

Mi piace l’intimità e la delicatezza espressa da un’illustrazione in bianco e nero. Da sempre penso che il colore non sia necessario per esprimere certi concetti e, quindi, nel processo di “spogliazione” di un’illustrazione da tutti i suoi elementi non essenziali – in modo da ottenere un’immagine il più pulita e chiara possibile -, il colore è spesso il primo elemento ad essere omesso. E questo rappresenta una vera sfida: trovare il giusto contrasto tra i grigi può essere molto più difficile che usare i colori. Detto questo, il colore è un amico e capisco e apprezzo che il suo utilizzo a volte sia non solo necessario, ma anche richiesto dai committenti. Amerò per sempre il bianco e nero (e tutte le sfumature in mezzo), ma sono contento di aggiungere a volte qualche pennellata di colore per poter rafforzare ancora di più un determinato concetto. Dico sempre che lo stile di un illustratore è in costante evoluzione e il colore, in questo caso, è parte del mio processo.

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3. Nel suo lavoro le capita di dover ripartire da zero? Ha mai dovuto ridisegnare un mondo che in passato le sembrava già perfetto? Come si approccia al cambiamento?

Il cambiamento è parte del processo e bisogna abbracciarlo. Ogni illustrazione parte da zero, dal bianco, dal nulla. E sì, anche quando l’immagine è finita, può succedere di doverla ridisegnare, ma ciò dipende da quanto io mi senta soddisfatto di quell’immagine, in quel preciso momento. Può capitare, a illustrazione finita, di non essere contento al 100% del risultato o di correggere un paio di elementi. A volte bisogna “semplicemente” ricominciare il processo. Da zero.

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4. L’illustrazione è per lei una mise-en-place di un’immagine già costruita (e finita) nella sua mente oppure è frutto di un processo in progress?

Capita, a volte, di visualizzare l’illustrazione finita non appena si inizia a realizzarla, ma normalmente questa visualizzazione è ancora troppo astratta. Ha bisogno, quindi, di un processo di ricerca, di prove e di bozzetti per arricchirla e poter arrivare ad un risultato migliore.

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5. In un momento pervaso da fotografie e video, in cosa risiede la forza di un’illustrazione?

L’illustrazione è uno dei mezzi di comunicazione più liberi che ci siano. Come illustratori, abbiamo la responsabilità di comunicare il periodo storico nel quale ci troviamo, e lo facciamo attraverso il nostro particolare modo di vedere le cose. Questa professione ha una particolarità bellissima: se un cliente decide di lavorare con te è perché cerca proprio te. Cerca il tuo modo personale di comunicare attraverso il disegno. Ci sono eccezioni, certo, ma la maggior parte delle volte la tua visione e il tuo stile illustrato vengono rispettati, perché sono proprio loro la ragione per la quale sei stato scelto. Quando questo non succede, e mi creda, non può non succedere, bisogna vederlo come un’opportunità per uscire dalla propria zona di confort. Sta a noi come illustratori seguire le indicazioni del brand senza perdere la nostra identità. Normalmente, alla fine del processo, ne usciamo arricchiti. Ho la fortuna di attirare clienti che vogliono che io sia me stesso al 100%, ma è da apprezzare anche chi ti sprona ad uscire dal tuo piccolo mondo. Preferisco vederlo sempre da questo punto di vista.

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6. Ricorda il momento nel quale ha capito che quello dell’illustratore sarebbe stato il suo lavoro e non solo una passione?

All’inizio della mia carriera, tanti anni fa, ero alla Bologna Children’s Book Fair e avevo portato con me un piccolo booklet – stampato in modo molto amatoriale, utilizzando clandestinamente i materiali dell’ufficio in cui lavoravo in quel momento – che conteneva una piccola storia illustrata da me. Lo lasciavo di proposito in diversi punti della fiera e poi mi nascondevo, per poter osservare le reazioni delle persone che sfogliavano il libricino “abbandonato”. Ricordo perfettamente la reazione di una donna asiatica, sui 70 anni, che pur venendo dall’altra parte del mondo e appartenendo ad un’altra generazione, sorrideva mentre sfogliava le illustrazioni. Lì mi sono reso conto del potere comunicativo delle mie illustrazioni.

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7. Se dovesse indicarci degli artisti (in qualsiasi ambito) che in qualche modo hanno plasmato la sua visione creativa, quali sarebbero? Così possiamo iniziare a seguirli su Instagram…

Mi sento per lo più attratto da illustratori che includono un certo messaggio emozionale o metaforico nei loro lavori. Alcuni illustratori o artisti contemporanei ed esperti in concetti del genere sono, tra i tantissimi, Moonassi @moonothing, @mariacorte o @pablo.amargo.

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8. Ha realizzato un piccolo volume dedicato agli stranieri che hanno scelto l’Italia come nuova casa. Ci parla di questo progetto? Qual è la storia che le è rimasta più impressa? Quali sono dei temi di carattere sociale che ha maggiormente a cuore?

Sono qui” è uno tra i progetti che mi stanno più a cuore. Si tratta di un libro ideato, prodotto e illustrato da me, a partire dai racconti di 10 persone straniere che vivono oggi in Italia. Il tutto nasce per festeggiare il mio decimo anniversario in Italia, con l’intenzione di creare un manifesto che volesse omaggiare il Paese che mi ha fatto diventare la persona che sono oggi. È stato progettato, stampato e rilegato da Print Club Torino e, la seconda edizione, appena lanciata, è un’edizione limitata di 150 pezzi, firmati e numerati. La copertina è stata stampata in serigrafia a due colori su cartone spessorato 1.75 mm, montato su carta Fedrigoni Color Malva 140g/m2, mentre gli interni sono stati stampati in risograph a due colori su carta Fedrigoni Arena Natural Bulk 140g/m2.

La storia che più mi sta a cuore è quella di Kevin, di 58 anni, che quando aveva 24 anni si è trasferito a Pisa direttamente da Melbourne, Australia:

<< Sono arrivato a Pisa per lavoro quando avevo 24 anni. Una volta, mentre ero sul balcone di casa, stanco e frustrato a causa della lontananza, ho iniziato a piangere. Non mi ero reso conto che sul balcone di fianco c’era Rosa, una ragazza più o meno della mia stessa età che, al vedermi, mi ha chiesto “Stai bene?”. L’anno scorso, durante il nostro trentesimo anniversario di matrimonio, Rosa ha raccontato ai nostri tre figli, ancora una volta, come ci siamo conosciuti. Adoro sempre la sua risata al momento in cui mi chiama “Piangolone” >>.

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9. Se fosse il gallerista di se stesso, quale sarebbe l’opera dalla quale inizierebbe per spiegare la sua visione creativa? Qual è l’illustrazione che la lega con maggiore intensità emotiva?

Utilizzerei proprio le tavole del mio libro “Sono qui”, non solo perché rappresentano bene la mia visione da illustratore, ma anche perché esprimono quell’empatia che, secondo me, un illustratore deve avere nel momento in cui crea delle immagini.

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10. Qual è un oggetto della sua casa al quale non rinuncerebbe mai? Qual è il ricordo legato ad esso? Ci manda una foto scattata da lei?

L’oggetto che porto sempre con me è il mio “quadernetto dei disegni brutti”. Si tratta di un piccolo libretto che utilizzo per (di)segnare, in modo veloce, le idee che mi vengono in mente durante la giornata o durante il mio lavoro. Nelle sue pagine non troverai nemmeno un disegno bello: sono tutti fatti di pancia, in modo istintivo, senza preoccuparmi della loro estetica. Funzionano come un registro di idee, e mi risultano utilissimi durante il mio processo creativo.

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