CONVERSATION

Ana Berlin

Il Diario di Ana Berlin, architetta, design & art PR, giurato di MM Award 2023. Benvenuti in Caleido, diario d’ispirazione che contiene molte storie: di persone creative, di tendenze, di viaggi, di oggetti. / Leggi qui l’Editor’s letter

Diario di: @abc.works

Ana Berlin
Courtesy by Ana Berlin
1. Il design è stato storicamente associato ad un concetto di democraticità e inclusività. Ultimamente, invece, sempre di più viene assimilato a un bene di lusso, in “edizione limitata” e con dei prezzi elevati. Possiamo ancora parlare di democraticità e inclusività in relazione al design?

Il design è un termine molto vasto che comprende generi e idee molto diverse. Credo quindi che ci sia spazio per molte interpretazioni diverse del design, compresi gli aspetti sociali, comportamentali, tecnici e decorativi, e potremmo continuare con questo elenco all’infinito… Credo che il design venga associato “al lusso” con il preciso intento di riuscire a collocarlo nella sfera dell’arte, e a dunque conferirne una certa autorità; potremmo anche sostituire il concetto di “lusso” con quello di “valore”, e allora suonerebbe più accessibile e inclusivo, no?

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2. Pensando alle nostre case, attraverso i social network ne divulghiamo sempre più immagini, trasformandole dunque in una nuova estensione di noi stessi. Che rapporto ha con la sua casa?

Oh, che cari… grazie per avermelo chiesto! Gli ultimi mesi sono stati una grande fase di transizione nella mia vita – e tutti questi cambiamenti sono legati alla “casa”. Mi sono trasferita a Parigi con mia figlia adolescente, mantenendo l’agenzia e il personale con una gamba a Vienna; dopo circa cinque anni, ho integrato l’ufficio nella mia casa in un edificio viennese di 180 m2 e ho scoperto – non solo grazie a Covid – che questa è la mia condizione preferita di lavoro, in quanto mi permette di combinare così strettamente la mia vita privata e quella professionale. Questa settimana ho cambiato l’appartamento/ufficio di Vienna con uno più piccolo, per stabilire in modo più stabile la mia vita e il mio lavoro a Parigi. La mia casa e il modo in cui vivo sono lo specchio della mia personalità, e sono molto legata ad alcuni pezzi, alla storia degli edifici e del quartiere. Detto questo, sono alquanto coraggiosa (e veloce) nei cambiamenti, e nomade nel cuore. Vendo e compro facilmente, immagino regolarmente una “vita diversa” e ridispongo continuamente i mobili. Quindi, ogni volta che verrete a trovarmi, vi sembrerà diverso, ve lo prometto!

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3. Sfogliando le riviste, spesso mostrano delle case che sembrano essere disabitate, dove tutto è perfetto, cristallizzato, ma spersonalizzato. Dal punto di vista comunicativo, che cosa rende appealing un progetto di interior?   

Adoro i libri di design e di interni, non tutti però… Anche Ilse Crawford, maestra del suo mestiere ed ex redattrice, pubblica di tanto in tanto grandi libri sul suo lavoro. Ne ho uno degli anni Novanta ed è interessante notare come cambiano i nostri gusti, ma non il suo atteggiamento nei confronti del design. Mi piacciono i materiali ‘caldi’ come il legno e la lana, i tappeti e le tende, ma anche uno stile minimalista – non sempre facile da bilanciare; nella mia attuale casa viennese c’è un po’ troppo vintage (ho un debole per il cosiddetto ‘Biedermeier’, ‘Impero’ in Francia, quindi prima metà/metà del XIX secolo), quindi attualmente mi dirigo verso uno stile più contemporaneo; sfogliare libri di interior design ha una componente meditativa per quelli che mi piacciono, e non voglio solo vedere delle showroom, ma indagare le vite di qualcuno. Questo mi attrae!

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4. Spesso capita di sentire le mamme che dicono ai bambini “non ti avvicinare, non toccare, è di design!”. Cosa pensa a riguardo?

Accidenti! Quindi è design e non arte. E anche nel caso dell’arte, sono sufficientemente vicina al ciclo di produzione da capire che le opere d’arte in studio possono essere toccate; non fanno ancora parte della collezione del museo. Il design è, per definizione, fatto per essere usato. E poi c’è il prezioso detto – che si applica ai negozi di design – “se lo rompi, lo compri!”.

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5. Ci siamo conosciuti a Vienna, in occasione della Vienna Design Week. Come si sta evolvendo negli anni il rapporto tra Vienna e il mondo del design?

La VDW giungerà quest’anno alla sua 17esima edizione, quindi è passato molto tempo dalla sua fondazione; il mio studio si occupa della comunicazione della VDW dal 2011 e delle pubbliche relazioni negli ultimi dodici anni, portando novità e nuovi canali praticamente a ogni stagione. A mio avviso il design, e includerei anche l’architettura, giocano un ruolo molto più importante nei media e nella consapevolezza della società di oggi rispetto a un decennio fa; il legame con la sostenibilità, la crisi climatica, le questioni sociali sono diventate un aspetto molto importante del design. Su scala più piccola, la VDW è diventata una sorta di “evento di riferimento” per Vienna e per la comunità viennese del design: c’è un ampio interesse per il programma e l’interazione con la città riflette questo sviluppo.

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6. Una delle caratteristiche comuni ai progetti presentati alle varie edizioni della Vienna Design Week riguarda l’aspetto sociale del design, ovvero la sua attitudine ad anticipare, captare e rispondere alle esigenze delle comunità. Qual è un progetto, in linea con questa caratteristica, che l’ha colpita particolarmente?

Questa osservazione è attuale per diverse sezioni curate del festival; con un partner forte dell’economia, Erste Bank, VDW ha istituito il format di design sociale “Stadtarbeit” (lavoro in città), in un momento in cui il design sociale era un termine completamente nuovo, inascoltato. Il team del festival e i suoi partner invitano e finanziano progetti attraverso un bando aperto attualmente in corso (Call for Entries) e individuano i comportamenti della comunità e le modalità per rafforzarli in meglio. Quest’anno il motto è “Interventi”, mentre l’anno scorso era “Resilienza”.

 Un altro format che vale la pena di menzionare è Urban Food & Design, sostenuto dalla Viennese Business Agency. I progetti si occupano di tutto ciò che riguarda il consumo, la produzione e – quest’anno – le risorse alimentari in ambito urbano. Per saperne di più, cliccate qui.

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7. Lei lavora tra Vienna e Parigi: quali sono 3 luoghi inusuali, in ciascuna delle 2 città, che suggerirebbe ad un design-lover di visitare?

A Vienna è il Reinthaler, un ristorante vicino al Teatro dell’Opera viennese che è rimasto fuori dal tempo, sempre affollato e con una buona cucina tradizionale, che vi farà sentire un po’ come in una commedia di Thomas Bernhard. Naturalmente il MAK, dove Lilli Hollein è ora alla guida di questo singolare museo di arti applicate in qualità di direttrice (è una delle co-fondatrici della Vienna Design Week) (cliccate qui per leggere l’intervista di Caleido a lei). Con un po’ di preparazione in più, potrete iscrivervi a un tour della Josef Frank Villa Beer (se non dovesse andare bene, potrete andare a un grande classico di un periodo storico simile e bere un drink al Loos Bar, un bijou di Adolf Loos). Come terza cosa, completamente diversa, suggerisco una visita alla Peterskirche: una piccola chiesa barocca che si dice sia il presidio dell’Opus Dei fuori dal Vaticano.

A Parigi, suggerisco la visita del giardino del Petit Palais per una pausa dal trambusto degli Champs Élysée, un pomeriggio alla casa d’aste Drouot – si può semplicemente entrare e far parte di un fantastico mondo di mercanti e acquirenti di arte e design, e fare offerte. Terzo, ancora una volta, un luogo e un’atmosfera molto diversi, ma in una zona eccitante della città: andate a visitare la Station F nel 13éme arrondissement di Parigi: presumibilmente il più grande incubatore di startup d’Europa.

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8. Molte aziende di arredamento stanno affrontando le sfide del mondo digitale, inaugurando un nuovo legame tra design e digitale. Come sta evolvendo questo rapporto?

Viviamo in un’epoca di rapidi cambiamenti e, a quanto pare, questo è solo l’inizio. Quindi sì, anche il mondo del design e delle aziende di arredamento devono affrontare il cambiamento legato alla vendita al dettaglio come la conosciamo. Gli esseri umani si affezionano agli oggetti che li circondano per i motivi più disparati, che siano funzionali, sentimentali o di status: sono tante le motivazioni che ci spingono ad acquistare gli oggetti o a volerli possedere. Le piattaforme cambiano in parte, dalle fiere e dai negozi al mondo online, ma evocare il desiderio e, di conseguenza la domanda, rimane la linea di fondo. Sul come crearlo, ci lavoriamo ogni giorno nelle nostre aziende.

9. Parte del suo lavoro comporta lo scouting di nuovi talenti: designer, artisti e architetti. Che cosa la attrae maggiormente? Quali sono le caratteristiche che oggigiorno fanno la differenza? Inoltre, nelle vesti di giudice di MM Award, quali sono le caratteristiche che ricercherà nei progetti dei candidati?

Provengo dal mondo della comunicazione, quindi tendo a prestare attenzione ai progetti che evocano un modo diverso e nuovo di guardare il mondo; a quelle cose che creano una realizzazione, a quelle che mi fanno pensare in modo diverso o migliorano qualcosa nella nostra vita. Mi piacciono i dettagli e l’oggetto, o il progetto, deve avere la capacità di farsi capire.

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10. Qual è un oggetto della sua casa al quale non rinuncerebbe mai? Qual è il ricordo legato ad esso? Ci manda una foto scattata da lei?

Una radio e un amplificatore Bang & Olufsen degli anni ’70, l’unico pezzo che ho portato con me dalla casa in cui sono cresciuta dopo la morte di mio padre. Non è l’oggetto più pratico, in tempi in cui ascoltiamo più i podcast che la radio, ma è una bellezza naturale e le trovo sempre un posto di rilievo nel mio spazio. E funziona ancora in modo impeccabile.

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