issue #46: waves
C’è un lato nascosto di Venezia, che esce soprattutto d’inverno: silenzioso, lento, nostalgico. Chiediamo al fotografo Matteo de Mayda di raccontarcelo, attraverso una selezione di immagini e una cartolina. Buona esplorazione!
Benvenuti in Caleido, il diario su persone straordinarie curato da MM Company. / Leggi qui l’Editor’s letter


1. Se dovesse scrivere un Diario di viaggio da Venezia, quale sarebbe il suo titolo? Cosa significa per Lei questo titolo?
“Lio, Clodia e Malamocco.”
Decido di iniziare dalla bocca più lontana da casa: Chioggia (Clodia). Da Castello, prendo un vaporetto che ci porta verso un bus che viene caricato su un battello più grande, così percorriamo quella striscia lunga 21 chilometri e stretta 300 metri che arriva a Chioggia dopo due ore di viaggio.

Lì trovo grandi frangiflutti a rompere la forza delle onde e una ruggine fluorescente depositata sugli scogli dal tempo e dalle mareggiate. Da un lato della diga di Sottomarina si possono vedere le onde salate del Mar Adriatico, dall’altro quelle salmastre e piatte della laguna.


Dopo il tramonto ci dirigiamo verso la bocca di Malamocco, dove ci fermiamo per una notte di poco sonno e troppe zanzare. All’alba raggiungo la spiaggia degli Alberoni, dal lato opposto della bocca, dove una pellicola di alghe copre le rocce, come a proteggerle, e le navi da crociera galleggiano su un mare di prato fino a raggiungere Porto Marghera.



A ritroso, l’ultima bocca è quella del Lido (Lio), che raggiungo con una bici da Punta Sabbioni, attraversando il lungomare fino a quella rotonda per dervisci rotanti camperizzati. In spiaggia è presto per i turisti, che vengono dignitosamente sostituiti da una distesa di arenicole marine e dalle loro centinaia di disegni sulla sabbia. Vedendo la navetta diretta alla discoteca Il Muretto, noto quanto i ragazzi incamiciati siano esteticamente più noiosi rispetto alle ragazze, accessoriate ognuna a modo suo.



“Acqua in bocca” significa annegamento, segreto, ma per la laguna è respiro, è voce. Le tre bocche sono insieme accesso e uscita, sono limite e unione, separazione e incontro. In quello sciabordio di senso e contraddizioni abbiamo disperso le ceneri di mia madre un mese fa, in quel quarantesimo giorno in cui secondo diverse culture l’anima saluta la terra. In molte credenze è il cielo ad accogliere chi se ne va, per noi è stata l’acqua.





Un progetto commissionato da IUAV – Università di Venezia, per il libro Waves
2. Se in questo momento si trovasse a Venezia, a chi invierebbe una cartolina? Che messaggio scriverebbe?
La scriverei a chi mi dona un “butto” per raggiungere il mio barchino. Butto è la parola che definisce quel gesto di dare un passaggio ad una persona per raggiungere la propria imbarcazione quando è ormeggiata in un posto irraggiungibile a piedi. Una forma di solidarietà tra barche che ho trovo simbolica rispetto a come si vive nelle acque della laguna.



3. C’è un oggetto che Le ricorda Venezia? Qual è il ricordo legato ad esso? Ci manda una foto scattata da lei?
Il mio barchino si chiama Campagne perché quando ero alle prime armi in laguna, commettevo mille errori: lasciavo giù i parabordi, facevo domande inopportune, e mi sentivo spesso dire “non fare il campagnolo!”. Insomma, volevo sembrare esperto e disinvolto, ma ero (e resto) un campagnolo di Treviso, in laguna a fare del mio meglio. E a noi campagnoli, quando vediamo un’auto targata VE, ci insegnano a dire fin da piccoli “torna in barca!”. Così ho deciso di chiamare il barchino “Campagne”, proprio come i veneziani chiamano noi della terraferma.




