CONVERSATION

Arthur Arbesser: Inspiramentation

issue #36: Inspiramentation

La 36esima Issue di Caleido, che coincide con il suo terzo anniversario, esplora il più intimo, enigmatico e suggestivo aspetto della mente creativa: il processo di rielaborazione mentale che le permette di trarre ispirazione dall’ambiente circostante per ideare qualcosa di totalmente innovativo. Questo procedimento, che collega ispirazioni e sperimentazione, è racchiuso nel concetto del neologismo “Inspiramentation”. Per analizzare questo tema, abbiamo conversato con Arthur Arbesser, fashion e product designer. Benvenuti in Caleido, Osservatorio caleidoscopico sul mondo della creatività / Leggi qui l’Editor’s letter

Arthur Arbesser: Inspiramentation
Ph. Giorgio Veronesi
1. Inizio con una domanda personale: cosa l’ha inizialmente ispirata a diventare un designer? Quali sono i primi ricordi e sensazioni che riaffiorano quando pensa al suo primo rapporto con la creatività?

Tutto è nato sicuramente grazie ai miei genitori che mi hanno sempre portato, fin da piccolo, nei teatri, musei, alle inaugurazioni di gallerie d’arte e soprattutto all’opera. Loro mi hanno sempre mostrato e trasmesso una grande passione nei confronti di tutto ciò che può essere considerato bello e hanno acceso in me un’enorme curiosità e voglia di scoprire, vedere e imparare. Poi attraverso il costume sul palco scenico ho capito la forza di un vestito.

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@arthurarbesser
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2. Ha radici austriache, viennesi. In che modo la sua personale eredità culturale, e la sua naturale diversità rispetto ad alcuni brand italiani per i quali ha lavorato, influisce sul suo approccio creativo?

So che la mia natura, le mie origini viennesi influenzano tantissimo il mio lavoro. Non vivo a Vienna da più di 20 anni e credo che, proprio l’essere lontano dalla mia terra, mi porti a riflettere con maggior attenzione sul mio luogo di nascita, quello da dove tutto è iniziato e rendermi conto di quanto ciò possa essere importante. Vienna ha davvero un tessuto culturale immenso: dal passato lontano come capitale dell’impero Austro Ungarico, al cambio radicale voluto dagli artisti, designer, architetti e scienziati intorno al 1900, fino all’ “azionismo viennese” degli anni 60. Inoltre, da non sottovalutare, Vienna è la città della musica: un vero centro di musica e danza. Tutti questi elementi convivono in me e continuano ad attrarre fortemente la mia attenzione e la mia curiosità. Sicuramente Vienna, la sua arte, storia, musica e cultura, rappresenta il punto di partenza del mio modo di agire creativamente.

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3. Pensando a Vienna, che visito regolarmente per la @ViennaDesignWeek: quali sono 3 luoghi a lei cari che dovrei visitare per capirne davvero l’essenza? Li visita frequentemente?

Sicuramente @viennasecession: non solo tutto l’edificio dal punto di vista della sua struttura esterna, ma anche il “Fregio di Beethoven” di Klimt nell’interrato e, se si riesce ad averne accesso, anche le stanze della direzione al primo piano sono stupende.

Poi direi il @cafekorb – un cafe storico nel centro della città caratterizzato da un design di interni anni 60, un menu per il pranzo che cambia ogni giorno, un luogo che ospita i cittadini tutto il giorno: i viennesi si trovano lì tutti i giorni ed è semplicemente il posto giusto.

Per finire citerei indubbiamente una visita al @mak_vienna – il museo di arte applicate. (Leggi qui la Conversation con la direttrice artistica del @mak_vienna Lilli Hollein).

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4. La sua estetica è spesso descritta come audace e innovativa. Si trova d’accordo con questa definizione o vorrebbe cambiarla? Da dove trae l’ispirazione per rompere le convenzioni e sperimentare con nuovi concetti? Qual è il processo creativo che adotta e come esso influenza la narrativa delle sue storie? Ci sono rituali o abitudini che la aiutano a concentrarsi e a trovare ispirazione?

Non so come rispondere, io personalmente non mi definirei tanto audace, anzi a me piace guardare al passato e più divento vecchio più mi piace e mi ispiro al bello in senso classico. Forse tra i tanti brand che esistono oggi la nostra estetica risulta audace e innovativa? Non sono di certo io a poterlo dire. Per concentrami e ricercare l’ispirazione giusta, trovo sempre un grande aiuto nella musica classica; quando sono da solo ascolto spesso Schubert e Mahler in studio, per me sono perfetti per lavorare. Tutto parte sempre da tanta ricerca, foto raccolte o passioni appena nate, da un tema discusso a pranzo in studio o da una serata dove impari il nome di un artista che non conoscevi o, ancora meglio, ti capita di incontrarlo personalmente. Per me è molto importante che ogni collezione racconti una storia e diventi un piccolo capitolo del nostro “libro”, quello che stiamo scrivendo con ogni nuova collezione. Lo scopo non è mai meramente commerciale.

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5. Nel suo lavoro si è spesso confrontato con l’eredità creativa di grandi autori, come Giorgio Armani o Marc Jacobs. Secondo la sua visione, in che modo possiamo continuare a vendere la moda alto-di-gamma alle generazioni più giovani? Quali sono le leve che interessano maggiormente a questo pubblico?

Da Armani ho lavorato 7 anni e ho imparato tanto. Trovo che sia fondamentale rimanere sulla propria strada e non farsi influenzare troppo da ciò che ti circonda. Io parlo ad una piccola nicchia di consumatori nella quale, in parte, ci sono anche veri propri rapporti di amicizia e di stima reciproca. Perciò non percepisco particolarmente il rischio di perdere la “connessione”. Credo che fin quando si crea un prodotto valido, interessante e con un concetto forte dietro, si riesca sempre a trovare chi si interessa al progetto.

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6. Le sue collezioni sembrano spesso giocare con la struttura e la forma, trattando i capi come se fossero delle architetture. Qual è il suo approccio alla manipolazione dei materiali per creare pezzi unici e distintivi? Si definirebbe una persona impulsiva?

Sono una persona molto istintiva che coinvolge più il cuore e meno il cervello. E’ anche questo il lusso di essere un designer completamente indipendente: noi in studio possiamo davvero fare quello che vogliamo! E’ stupendo e impagabile. Poi, pensando alle nostre collezioni, trattiamo più la superficie che la forma. Lavoriamo tantissimo con le stampe, gli effetti grafici e i pattern che poi creano degli effetti speciali, una volta cuciti e trasformati in un abito.

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7. C’è qualcosa che vorrebbe le avessero chiesto? Un aspetto del suo lavoro o della sua visione creativa che avrebbe voluto fosse messo maggiormente in risalto?

Mi fa piacere sottolineare che faccio questo lavoro per passione e per gioia creativa. E’ come avere una mia personale vetrina che mi permette di lavorare con persone che stimo e fare le cose a mio modo e meno seguendo il “sistema”.

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8. Che cosa la stimola intellettualmente? Da che cosa è attratto maggiormente?

Dalle persone, da un potenziale incontro nella vita vera con qualcuno che mi fa scoprire qualcosa che non conosco, qualcosa di nuovo. Una persona appassionata, con una visione personale o con un talento vero come un cantante o un pittore. Ma sono anche affascinato dall’artigianato, dalle mani di chi è in grado di creare qualcosa, davvero benissimo, come un falegname o un soffiatore di vetro.

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9. In questi ultimi anni si parla molto di debranding e de-heritage. Qual è il suo rapporto con l’archivio di un brand? E con la sua personalità? Qual è la formula perfetta per coniugare tradizione e innovazione?

Quando un creativo va a lavorare per un brand ovviamente deve studiare e conoscere benissimo la storia e l’archivio di questo marchio, che sono la colonna portante, l’identità del brand stesso. Presso Arthur Arbesser, l’archivio è in continua crescita, soprattutto ora con le diverse collaborazioni nel mondo del design, e cresce esponenzialmente. Si aggiungono nuove creazioni, sedie, tappeti, stoffe. Iniziamo ad avere un problema di spazio. Tornando a Vienna, per me è davvero una città che fonde tradizione e innovazione e posso solo sposare anche io questo progetto. Trovo che tutti gli oggetti o i vestiti che davvero funzionano e continuano a piacerci siano un mix tra qualcosa di classico già esistente e una visione innovativa.

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10. qual è un oggetto della sua casa al quale non rinuncerebbe mai? qual è il ricordo legato ad esso? ci manda una foto scattata da lei?

E’ la mia piccola “Pemo” chair: una mini sedia che abbiamo disegnato e presentato per la prima volta durante il Salone del Mobile 2022 in @triennalemilano.

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PEMO chair

Diario di @arthurarbesser
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