EXPLORATION

Madrid @ mdf26

 issue #59: Exploration: madrid design festival 2026

Forse oggi il gesto davvero radicale non consiste nel generare l’ennesima novità, ma nel saper trasformare ciò che già esiste – materiali, spazi, modelli produttivi – in possibilità condivise e durature. È in questa pratica di trasformazione consapevole che il design ritrova la propria vocazione più autentica: essere uno strumento culturale capace di incidere sulla realtà con misura, profondità e visione.

La luce che il Madrid Design Festival proietta sul panorama contemporaneo evidenzia proprio questo slittamento: il progetto si allontana dall’idea di prodotto come fine ultimo e si avvicina a quella di sistema, di ecosistema relazionale. Un approccio che invita a rallentare, a osservare con attenzione, a compiere scelte ponderate. Perché oggi progettare non significa soltanto dare forma, ma assumersi la responsabilità delle connessioni che quella forma genera nel tempo.

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[1/9] EXTRAORDINARY PEOPLE: : LUCAS MUÑOZ

Per @lucasmunozm la creatività non è un atto istintivo, ma una presa di posizione. “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” potrebbe essere il suo manifesto: un principio quasi scientifico che guida una pratica radicalmente concreta. I suoi progetti sono dichiarazioni di un metodo: tutto costruito in cantiere, along the way, insieme alle maestranze, senza render. Per Muñoz il render è una scorciatoia, un’immagine che anticipa e quindi impoverisce l’esplorazione progettuale. Lui preferisce il prototipo, l’errore, la materia che resiste. L’upcycling, molto prima che diventasse una parola di moda, è stato il suo punto di accesso all’architettura: “sono arrivato attraverso la spazzatura”, ironizza. Recuperare, smontare, ricomporre: un gesto che è insieme etico e poetico. I modellini – quasi una versione analogica del 3D – sono il suo modo di pensare con le mani, di spostare blocchi come fossero Lego. In un mondo che corre verso l’immagine finale, Muñoz sceglie il processo come atto creativo e politico.

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[2/9] MUST-VISIT PLACE: ESPACIO GAVIOTA BY BURR STUDIO

@espaciogaviota è uno spazio indipendente fondato da @burr.studio: una piattaforma concepita per ospitare il pensiero progettuale contemporaneo nelle sue forme più sperimentali. Non un contenitore neutro, ma un dispositivo critico capace di portare al centro del dibattito ciò che si muove ai margini — pratiche, linguaggi, approcci che sfuggono alle categorie consolidate. Da questa visione prende forma “ON THE JOB. On Objects, Furniture and Fittings Made by Construction Workers”, mostra ideata da Curro Claret e BURR. Il punto di partenza è disarmante nella sua semplicità: guardare i cantieri. Chi li frequenta conosce bene quelle micro-architetture spontanee — appendiabiti di fortuna, panche improvvisate, tavoli assemblati in pochi minuti, supporti per lampade, ripari temporanei — costruite con materiali di scarto, imballaggi, elementi residuali. Strutture che nascono e scompaiono seguendo il ritmo dei lavori, invisibili ai più eppure cariche di intelligenza pratica. La mostra raccoglie una selezione di questi manufatti — scelti tra sessanta elementi individuati da venticinque studi di architettura spagnoli — per riconoscerne l’ingegno tacito e restituire dignità a chi li ha concepiti.

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[3/9] EXCITING SCOUTING BRAND: LOEWE

Nel cuore di Plaza Colón prende forma un giardino temporaneo interamente realizzato in carta riciclabile: un gesto tanto poetico quanto programmatico. Ispirata ai manoscritti botanici rinascimentali, l’installazione di @loewe si articola in un labirinto come dispositivo di scoperta. A disegnarne l’architettura è Molo Design, con una struttura modulare composta da sottilissimi pannelli alveolari in carta, attraversabili dal pubblico. Le superfici, leggere e cellulari, trasformano lo spazio in una sorta di libro vivente, da percorrere con il corpo prima ancora che con lo sguardo. Il giardino diventa così paesaggio narrativo: un ambiente fluido in cui i profumi Loewe si diffondono come tracce invisibili, mentre il vetro soffiato e l’attenzione al dettaglio raccontano la centralità dell’artigianalità.

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[4/9] CURATED RESEARCH: MAYICE STUDIO

Per @mayicestudio progettare significa ascoltare. Ascoltare la materia, la sua storia, la sua funzione. Dall’idea iniziale al risultato finale, ogni gesto nasce da un rispetto profondo per l’anima dei materiali, considerati non come semplici mezzi ma come interlocutori attivi del processo creativo. Prodotto e architettura diventano così territori di ricerca coerenti, dove ogni progetto è pensato come un organismo con una propria identità. La mostra proposta dallo studio si concentra sul momento più fragile e insieme più potente del design: il prototipo. Non come fase preliminare da superare, ma come origine concettuale e materica della produzione industriale. Da anni le gallerie di collectible design espongono prototipi come opere autonome, riconoscendone il valore di primo gesto, di intuizione incarnata.

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Ph. Knu Kim
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[5/9] COOL EATING: MO DE MOVIMIENTO

Negli spazi dell’ex Teatro Espronceda, @modemovimiento si presenta come una dichiarazione di intenti. Non solo un ristorante, ma il manifesto concreto di sostenibilità ambientale e responsabilità sociale capace di dimostrare che un altro modello è possibile: etico, consapevole e anche economicamente sostenibile. Il progetto si estende su 1000 m² e propone una cucina basata su ingredienti locali, biologici e artigianali di alta qualità. Le tracce del passato convivono con arredi e materiali riutilizzati, mentre l’intero spazio è pensato per ridurre al minimo il consumo energetico. La dimensione sociale è altrettanto centrale: il team proviene da tre ONG in un’idea di inclusione che si traduce in opportunità reali. Attorno al progetto gravitano professionisti di discipline diverse, dal designer Lucas Muñoz ai consulenti per la sostenibilità, in un approccio corale che integra ricerca, sperimentazione e innovazione.

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Ph. Gonzalo Mochado

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Ph. Gonzalo Machado
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[6/9] KALEIDOSCOPIC IDEAS: ANDRÉ RICARD

Madrid Design Festival e La Fábrica rendono omaggio ad @andrericarddesign con una retrospettiva di ampio respiro: più di sessant’anni di lavoro restituiti attraverso oggetti iconici, riflessioni teoriche e le tracce di un pensiero che ha contribuito a definire il ruolo del design industriale in Spagna — e non solo. Ricard è l’autore di pezzi entrati nell’immaginario comune: oggetti capaci di tenere insieme funzione e identità, rigore formale e prontezza d’uso, segnando una svolta nel modo in cui la professione si è compresa e raccontata. Il percorso espositivo articola il suo corpus attorno agli spazi della vita ordinaria — la tavola, il bagno, la cucina, lo studio, la festa, la memoria — per restituire al visitatore la misura più precisa della sua eredità: quella di oggetti che non cercano visibilità, ma che trovano senso nell’uso quotidiano, nel tempo e nel rapporto silenzioso con le persone.

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[7/9] MEMORABLE VIEW:_2B SPACE BY MONEO BROCK

@_2B space @spacetobe.art nasce come progetto espositivo indipendente dedicato all’arte e alla creazione contemporanea: un luogo di mostre, incontri ed eventi multidisciplinari che indagano criticamente le pratiche ai confini dell’architettura e la relazione con lo spazio. Non solo un contenitore culturale, ma un laboratorio in cui lo spazio diventa materia viva, da interrogare e ridefinire. Dietro questa iniziativa c’è @moneobrock, studio internazionale di architettura, pianificazione e design che fonda il proprio lavoro su una convinzione chiara: il buon progetto è una promessa di trasformazione. Ogni intervento nasce da un’osservazione attenta del contesto urbano e naturale, sviluppandosi con un forte senso di luogo e di scopo. _2B space incarna questa tensione: uno spazio che riflette sull’architettura non come forma statica, ma come processo culturale, esperienza e durata.

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[8/9] UNFORGETTABLE EXHIBITION: MEDITERRANEAN MANIFESTO

Mediterranean Manifesto è una mostra collettiva di collectible design curata da @mariona__rubio che costruisce un immaginario alternativo — e necessario. Un’affermazione del valore del pezzo unico, dell’imperfezione come qualità, della memoria come materia progettuale. Contro l’omologazione e l’accelerazione produttiva, la mostra propone un ritorno intenzionale e non nostalgico alla materia e al tempo, restituendo al design la sua carica culturale e trasformativa. Un percorso che interroga il presente attraverso la lente di un’identità geografica e storica precisa: il Mediterraneo. Le opere — firmate, tra gli altri, da Canoa Lab, Lucas Muñoz, Justine Menard, Francesca Piñol, Malva Office, Valeria Vasi, Otra Objects, Panorammma, Xavier Mañosa, Worn Studio e Yoyo Balagué — misurano temi come impatto ambientale, cultura del consumo e gestione dei materiali di scarto. Lo fanno attingendo ai saperi artigianali del bacino mediterraneo — ceramica, vetro, intreccio, tessile, falegnameria — e mettendoli in tensione creativa con linguaggi contemporanei, materiali riciclati e nuove sperimentazioni materiche.

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[9/9] FINE DINING: TRAMO

Negli spazi che un tempo ospitavano il Garaje Hermético, leggendaria sala da concerto della Movida madrilena, @espaciotramo rinasce come progetto che intreccia memoria e futuro. Oggi il ristorante si distingue per un impegno radicale verso la sostenibilità, sia ambientale sia sociale, dimostrando come gastronomia e responsabilità possano convivere in modo coerente e misurabile. La proposta culinaria si fonda su piatti essenziali, dove il prodotto è protagonista: ingredienti spagnoli selezionati da piccoli produttori, agricoltori e allevatori locali. Un approccio che ha valso a TRAMO una Stella Verde Michelin, riconoscimenti che certificano un modello virtuoso e replicabile. Il progetto degli interni, firmato dallo studio Selgascano con il designer Andreu Carulla, è frutto di un processo collaborativo e co-creativo. Gli interventi sono stati ridotti al minimo per non sovrastare la struttura originaria, preservandone l’identità. Particolarmente significativo è il recupero della copertura con sottili capriate in cemento e cavi d’acciaio, tipica dell’architettura madrilena degli anni Cinquanta e oggi quasi scomparsa. TRAMO è inoltre quasi autosufficiente dal punto di vista energetico: produce energia verde e immette in rete quella non consumata. A questo si aggiunge un impegno concreto per l’inclusione lavorativa di persone con difficoltà di accesso al mercato del lavoro. Più che un ristorante, un ecosistema consapevole che trasforma un luogo iconico in un laboratorio di futuro.

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