SCENARIO

FORM / FUTURE 2026 a Berlino: il design prima della forma

La conferenza FORM / FUTURE 2026 a Berlino, curata da Dara Sepehri, evidenzia il design come una disciplina che non vuole più limitarsi a progettare oggetti, spazi o interfacce: vuole entrare nei sistemi, nelle decisioni e negli immaginari attraverso cui costruiamo il futuro.

Forse la domanda più importante emersa a FORM / FUTURE 2026 non è stata che cosa saprà fare il design nei prossimi anni, ma in quale momento deve intervenire perché possa davvero incidere. La risposta, ascoltando gli interventi che si sono succeduti il 10 settembre al Flughafen Tempelhof di Berlino, sembra essere: prima che la soluzione prenda forma. Prima che il brief sia chiuso, che una tecnologia venga implementata, che un prodotto venga definito o che un sistema diventi troppo rigido per essere ripensato. Non è un caso che la seconda edizione di FORM / FUTURE si sia svolta nell’anno in cui Berlino celebra vent’anni come UNESCO City of Design e abbia scelto come motto “Process & Principles”. Il punto centrale della conferenza era capire come il design thinking possa trasformarsi da insieme di strumenti in metodi, principi e posizioni capaci di incidere nelle organizzazioni, nella società e nella politica.

Dagli interventi è però emersa una riflessione più ampia. Il design sembra attraversare una fase in cui molti dei confini che lo avevano definito stanno diventando instabili. L’intelligenza artificiale rende accessibili attività un tempo specialistiche; le crisi ambientali e geopolitiche obbligano a ragionare per sistemi anziché per singoli prodotti; la complessità tecnologica rende centrale la capacità di tradurre innovazioni astratte in esperienze comprensibili e affidabili. Persino il design thinking, anche se entrato nelle imprese e nelle business school, viene interrogato criticamente per capire se la sua diffusione non ne abbia anche attenuato la capacità di mettere in discussione il contesto in cui opera.

Dentro questo scenario, FORM / FUTURE suggerisce che il valore futuro del design potrebbe dipendere sempre meno dalla capacità di produrre forme e sempre più da quella di progettare condizioni: condizioni per decidere, comprendere, fidarsi, immaginare, collaborare e trasformare possibilità astratte in esperienze concretamente desiderabili.

Se FORM / FUTURE ha lasciato una indicazione realmente utilizzabile, è probabilmente questa: il prossimo salto del design non consiste nel produrre più design. Consiste nel portare pensiero, sensibilità e responsabilità progettuale nei luoghi in cui oggi vengono costruite le decisioni che domani chiameremo futuro.

Ecco i filoni trasversali 

  1. Dal design dell’output al design delle decisioni

Tradizionalmente il designer entra quando strategia, business case e problema sono già definiti. Molti interventi hanno invece indicato la necessità di coinvolgerlo nella costruzione stessa delle decisioni. Michael Biel ha descritto Berlino come un ecosistema in cui design, tecnologia, economia e amministrazione devono costituire una “living working structure”; Stefan Franzke ha mostrato come UX, accessibilità e user-centered design siano ormai essenziali per trasformare innovazioni tecnologiche complesse in strumenti realmente adottabili. Lo stesso principio entra nelle organizzazioni con Claudia Friedrich: misurare il design soltanto attraverso ROI e risultati finali significa ignorarne il valore durante il processo, quando riduce ambiguità, costruisce un linguaggio comune e migliora collaborazione e qualità delle decisioni. Diana Belodedov porta la riflessione sul terreno professionale, invitando i designer ad avvicinarsi ai contesti in cui vengono definite priorità, strategie e roadmap.

  1. Se il design entra nelle decisioni, deve imparare a vedere i sistemi

Spostarsi a monte significa anche superare il singolo artefatto. Alice Rawsthorn propone il design come “attitudine” più che come professione e mostra questa espansione attraverso esempi di humanitarian design, telemedicina, legal design, strutture sanitarie mobili, sistemi per affrontare alluvioni e architetture resilienti. Il tratto comune non è un particolare output, ma la capacità di riconfigurare relazioni e risorse affinché un sistema funzioni meglio per chi lo utilizza. È anche la risposta alla riduzione del design a styling: proprio mentre l’AI rende più economica la produzione formale, acquista maggiore valore la capacità di leggere complessità, dipendenze e conseguenze.

  1. L’emozione non è la decorazione del progetto: è una delle sue infrastrutture

Accanto alla dimensione sistemica, FORM / FUTURE ha riportato al centro l’emozione come parametro concreto. Nel panel I FEEL SPACE, Bettina Böhm e Teerapat Amnueypornsakul hanno parlato dello spazio come condizione per generare connessioni reali; Mario Weck ha mostrato come sia la luce, più dell’oggetto-lampada, a costruire l’atmosfera; Felipe Sánchez Luna ha descritto il suono come materiale capace di modificare emozioni, comportamenti e percezione dello spazio. Anche Jessica McGowan ha proposto di concepire il brand a partire da ciò che una persona sente, lasciando identità grafica e logo alla fase finale. Le ricerche di Corinna Kühnapfel e Nicole Ruta rafforzano questa prospettiva: forma, natura, arte e presenza umana influenzano sicurezza percepita, appartenenza e curiosità. Lo stupore, o wonder, diventa persino una “epistemic emotion”, capace di stimolare esplorazione e conoscenza. Progettare significa allora interrogarsi non soltanto su ciò che una persona può fare, ma su ciò che sentirà e sul comportamento che ne potrà derivare.

  1. Non basta far funzionare il sistema: bisogna anche chiedersi se il sistema meriti di funzionare

Questa maggiore capacità di influenza comporta però una responsabilità. Felix Kosok ha criticato la trasformazione del design thinking in un toolkit universale di problem solving: uno strumento capace di ottimizzare processi senza necessariamente interrogare le strutture che li producono. La sua “effective anesthesia” descrive proprio il rischio di rendere un sistema più efficiente senza chiedersi per chi funzioni e quali interessi rafforzi. Il critical design thinking non richiede quindi un nuovo metodo, ma consapevolezza della propria posizione, capacità di convivere con il dissenso e disponibilità a mettere in discussione la formulazione stessa dei problemi. Non ogni miglioramento è automaticamente progresso.

  1. Fra critica e speranza: per cambiare il futuro bisogna prima riuscire a immaginarlo

Alla cautela di Kosok risponde idealmente Nicole Zabel, che parte dalla crisi climatica per mostrare il rischio opposto: conoscere perfettamente un problema senza riuscire più a immaginare un’alternativa. Le soluzioni tecnologiche esistono spesso già, ma cognitive dissonance e pluralistic ignorance possono impedire alla conoscenza di trasformarsi in azione. Per Zabel le persone devono percepire che una soluzione realistica esiste e che possono farne parte. Qui design e storytelling diventano strumenti per rendere visibile un futuro positivo senza negare la gravità del presente. I suoi tre principi — beautiful, sustainable, together — suggeriscono che una trasformazione, per essere adottata, deve essere non soltanto corretta ma desiderabile. Kosok e Zabel definiscono così due responsabilità complementari: mettere criticamente in discussione il presente e rendere concretamente immaginabile un’alternativa.

  1. L’intelligenza artificiale rende l’esecuzione più economica. Il giudizio diventa più prezioso

Il panel sull’AI ha mostrato soprattutto uno spostamento del valore. Andrea Goebel considera l’intelligenza artificiale un collaboratore e un nuovo materiale progettuale, mentre i clienti chiedono ormai non soltanto sperimentazione ma velocità e valore concreto per il business. Julian Dorn introduce il tema decisivo della fiducia negli AI agent, soprattutto nei settori sensibili, e Lucas Pinheiro Teixeira evidenzia come l’AI permetta a team piccoli di esplorare e visualizzare molto più rapidamente possibilità prima inaccessibili. Ma proprio quando generare alternative diventa facile, diventa più importante saper scegliere. Il valore tende così a spostarsi verso giudizio, gusto, contesto, craft e responsabilità. Una risposta veloce non è necessariamente una buona decisione.

  1. Le competenze del design devono entrare nei luoghi in cui si decide

L’evoluzione degli strumenti digitali e dell’AI rende meno netti i confini tra designer, developer e product manager. Per Diana Belodedov, però, il punto non è difendere un titolo professionale, ma portare le competenze del design più vicino alle decisioni. Saper lavorare nell’ambiguità, valutare le conseguenze di una scelta sulle persone, testare ipotesi e correggere rapidamente la direzione sono capacità utili anche nel product management e nella strategia. Il suo passaggio dalla UX al project management mostra proprio questo: il design acquista più valore quando contribuisce non solo a migliorare una soluzione, ma anche a definire il problema e le priorità su cui lavorare.

  1. Circular economy: il design incontra geopolitica, supply chain e business

La circular economy porta queste riflessioni nell’industria. Susanna Minato-Torkler la descrive non più soltanto come questione ambientale, ma come strategia di resilienza rispetto a prezzi delle commodity, dipendenze dalle importazioni e fragilità delle supply chain. Progettare circolarità significa quindi pensare fin dall’inizio a durata, riparazione, riuso, disassemblaggio e fine vita. Marius Pohl mette in evidenza la necessità di collaborazione tra imprese, perché nessuna organizzazione può chiudere autonomamente cicli che attraversano intere filiere. Christian Harbeke aggiunge una componente emotiva: un prodotto abbastanza bello e desiderabile da essere conservato e riparato può durare più a lungo. Sostenibilità sistemica e attaccamento individuale finiscono così per incontrarsi.

  1. Una nuova equazione: razionalità, emozione e responsabilità

La convergenza più significativa di FORM / FUTURE sta forse nel superamento della distinzione tra design “strategico” e design “sensibile”. Fiducia, appartenenza, desiderabilità o percezione non sono effetti marginali: modificano comportamenti e quindi risultati economici, sociali e ambientali. Il design assume così una funzione più ampia e delicata. Deve comprendere i sistemi, progettare consapevolmente l’esperienza e interrogare le conseguenze di ciò che rende possibile. Più aumenta la sua capacità di influenza, più cresce anche la sua responsabilità.

 

Il design non deve prevedere il futuro. Deve partecipare alla scelta fra futuri diversi. Alla fine della giornata, FORM / FUTURE sembra aver spostato progressivamente la domanda fondamentale del design. Per molto tempo è stata: come deve essere fatta questa cosa? In seguito è diventata: come possiamo risolvere questo problema? Oggi sembra trasformarsi ancora: quali condizioni dobbiamo creare perché una trasformazione desiderabile diventi possibile? Significa riconoscere che prodotti e servizi non sono entità isolate, ma il risultato di decisioni, incentivi, valori e strutture; che il comportamento delle persone non dipende soltanto dalle funzioni disponibili, ma anche da fiducia, percezione ed emozione. E  che una possibilità tecnica non coincide automaticamente con un futuro desiderabile.

FORM / FUTURE 2026 a Berlino: il design prima della forma

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